17/07/2008

Fiori di Stelle - suite

In un'altra città, in un carcere minorile che portava il pomposo nome di Centro di rieducazione adolescenziale, quella era una sera di visite: gli assistenti sociali erano a colloquio con alcuni giovani per decidere il loro eventuale inserimento nel progetto Save the Future. I ragazzi venivano condotti uno alla volta nella stanza che fungeva da parlatoio, dotata soltanto di un grezzo tavolone di ferro e di due sedie, che stavano una di fronte all'altra, mentre una guardia aspettava fuori dalla porta a sbarre.

La dottoressa Sullivan era una donna poco più che quarantenne, dal volto magro, perennemente assorto, segnato da qualche profonda ruga ai lati della bocca. Portava i capelli tirati indietro sulla nuca e raccolti in una lunga coda ed indossava abiti un po' dozzinali. Ma tutto nella sua persona dava l'idea di una donna forte e caparbia, abituata a combattere contro le lungaggini della burocrazia, lo scetticismo della gente dabbene e le resistenze dei suoi giovani assistiti. Posata sul tavolo accanto a lei c'era una cartellina chiusa, gonfia di scartoffie e un foglio già compilato, a cui mancava solo una cosa: la firma del ragazzo che le sedeva di fronte e che aveva l'aria di non essere un tipo malleabile. Aveva diciassette anni, ma ne dimostrava qualcuno in più perché l'espressione grave del suo viso era quella di chi nella vita ne ha già viste tante e ancor più ne ha subite. Gli occhi, di un castano intenso e luminoso, non si erano mai staccati dal volto della dottoressa Sullivan durante tutto il colloquio e sembravano possedere il dono di scavare profondamente nell'animo delle persone, riuscendo a metterle a disagio. Alcune ciocche di capelli ricadevano disordinatamente sulla fronte, schermando in parte gli occhi, ma l'ombra che si distendeva su di loro, invece di diminuirne la lucentezza, riusciva piuttosto a rafforzarla per contrasto. Altre ciocche scendevano fin sulle spalle ed altre, più corte, gli sfioravano gli zigomi e la mascella e la sua chioma dava nel complesso l'impressione di non aver mai visto un paio di forbici né un parrucchiere. Indossava l'uniforme blu del riformatorio, e la casacca, troppo abbondante per il suo corpo magro, nascondeva perfettamente una muscolatura soda, sviluppata in lunghezza piuttosto che in ampiezza. Teneva le braccia conserte sul petto mentre la dottoressa Sullivan tentava per l'ultima volta di convincerlo.

-- Vorrei che tu capissi che questa è per te un'importante occasione, che non devi sprecare! Essere inserito nel progetto Save the Future non costituisce un'ulteriore limitazione della tua libertà personale, come ti ostini a credere, ma al contrario è l'unica possibilità che hai per uscire di qui prima della maggiore età... e senza tentare inutili evasioni. - la dottoressa fece una pausa, continuando a fissare il suo interlocutore in quella che appariva come una sorta di sfida. Sembrava aver capito che l'ipotesi della fuga era stata presa seriamente in considerazione dal ragazzo. - Non esiste altro modo per tentare un proficuo reinserimento nella società e trovare un lavoro, senza portarti addosso una sorta di marchio, come quello che perseguita gli ex-detenuti.

-- Inserirmi nella società? - gli occhi del giovane sfavillarono mentre, posando le mani sul tavolo, si sporgeva un poco in avanti, verso la sua interlocutrice – Forse siete voi che non avete ancora capito che io ero già perfettamente inserito prima che arrivaste a sconvolgere la mia vita, portandomi via il mio lavoro e tutto quello che mi ero costruito in questi anni! Non ve l'ho chiesto io di rinchiudermi in questo schifo di posto dove l'unica cosa che può accadere ad un uomo è quella di diventare peggiore di com'era appena entrato.

-- Gaitskell, ascolta... - la voce della dottoressa era calma e conciliante

-- E non mi chiamo Gaitskell, lo volete capire o no? - gridò, come se si trattasse di una questione della massima importanza - Io sono Harlock! Harlock Brown... e basta.

La dottoressa sospirò, chiudendo gli occhi, facendo nuovamente appello a tutta la pazienza che era dentro di lei, quindi riprese pacatamente, fissando in volto il giovane.

-- Harlock... non uscirai mai da questa situazione se continui a guardare indietro, recriminando per ciò che è successo. Non voglio discutere adesso se siano vere o false le accuse che ti hanno portato qui dentro e nemmeno tu dovresti continuare a farlo. Ciò che è importante e che può davvero cambiare le cose non è dietro di te, ma qui davanti, su questo tavolo. - così dicendo, indicò il modulo in parte compilato – E sta a te scegliere se afferrare quest'opportunità oppure farla in mille pezzi, accontentandoti di vivere per oltre un anno come un recluso, con la certezza di diventare... peggiore di com'eri quando sei entrato.

Harlock restò in silenzio, le labbra serrate, mentre ira e dolore si confondevano l'una nell'altro.

-- Il progetto è a numero chiuso: quando avremo raccolto le sottoscrizioni necessarie non sarà inserito nessun altro e ti assicuro che saranno in molti quelli che vorranno aprofittare di quest'opportunità. Tu hai una grande arma: quella penna che sta davanti a te. E' più potente e sicura di qualsiasi sistema di scasso e può spalancarti le porte di questa prigione appena tu lo voglia. Ma ti devi decidere, prima che altri ti passino avanti.

-- Se c'è tutta questa gente che vuole entrare nel progetto, perchè state qui a perdere tempo con me? - Harlock non riusciva a fidarsi: troppe volte le esperienze della vita gli avevano insegnato che l'inganno si nascondeva ovunque e che non esiste nessuno disposto ad aiutarti senza ricevere nulla in cambio.

-- Perché ho visto del buono in te e voglio che tu lo tiri fuori.

-- Non mi conoscete nemmeno! - protestò e un sorriso da mascalzone si disegnò sulle sue labbra.

-- Forse ti sarà difficile crederlo, ma ho molta più esperienza della vita di quanta ne abbia tu ed ho imparato a riconoscere le persone, anche alla prima occhiata. Dato che questo è il nostro secondo colloquio posso dire di conoscerti, non credi?

Il volto di Harlock si fece di nuovo cupo.

-- Non basta così poco per conoscere le persone.

La dottoressa Sullivan non parve prestargli attenzione e riprese:

-- Io sono pronta a scommettere su di te... ma forse sei tu che non vuoi fare altrettanto e trovi più comodo tenerti addosso la maschera del cattivo ragazzo.

-- E' qui che vi sbagliate: io non indosso nessuna maschera. E se quello che vedete vi sembra un bravo ragazzo travestito da canaglia, allora siete completamente fuori strada, perché io sono così. A meno che voi non facciate lo stesso discorso a tutti i ragazzi a cui proponete di entrare nel progetto, pensando di toccarli nel profondo...

-- Vedo che sei sempre molto scettico. - sorrise amaramente, prima di proseguire – Facciamo un patto, allora: se accetterai di entrare nel progetto, fra qualche mese, quando ci rivedremo, mi saprai dire se sei davvero ancora lo stesso Harlock che ha lasciato il riformatorio.

Il ragazzo aggrottò le sopracciglia, infastidito da tanta sicurezza. Non si era mai preoccupato di darsi un'etichetta, di qualificarsi come “buono” o “cattivo”: sapeva che ciò che era diventato adesso era il frutto delle traversie di tutta la sua vita e lui non faceva nulla per sembrare migliore o peggiore di ciò che era. Ciò che si vedeva era autentico, era la verità. Se la gente lo vedeva come una canaglia, allora forse, in parte, lo era diventato davvero. Ma comunque fosse, non si trattava di un suo problema, ma della gente per bene che si ostina a classificare il mondo in cui vive nelle due grandi categorie di “bene” e “male”.

-- Che cosa vi fa pensare che ci sarà davvero una famiglia disposta a prendermi in casa con sé? - chiese Harlock. Nella sua voce calda si poteva percepire una punta di amarezza – Immagino che a ogni famiglia affidataria sarà consegnata una scheda con i dati del ragazzo che va a vivere con loro: credete davvero che ci sarà qualcuno che vorrà prendermi in... affido una volta che avrà letto quello che avete scritto su di me?

La dottoressa Sullivan si rese conto della fatica con cui Harlock aveva pronunciato la parola affido e finalmente comprese che ciò che più di tutto lo preoccupava, forse addirittura lo spaventava, era proprio il pensiero di entrare a far parte di una famiglia, con tutti i vincoli e i legami che ciò comporta. Dover dipendere da qualcuno, dovergli rendere conto delle proprie azioni, trovarsi ogni giorno seduto attorno ad una tavola a mangiare con degli sconosciuti, dopo che si è vissuti completamente soli per anni, quasi fuggendo da una oscura minaccia...

Questo ragazzo preferisce la solitudine? Possibile che sia davvero così?La dottoressa era talmente concentrata a dipanare il filo dei propri pensieri che le occorsero diversi istanti prima di rispondere alla domanda di Harlock, ma questi restò in silenziosa attesa, continuando a fissarla con quegli occhi così sfavillanti. Con un sospiro, d'un tratto la donna si riscosse e fissando per alcuni secondi il tavolo, quasi per cercare di ritrovare la concentrazione perduta, si decise infine a parlare.

-- Alle famiglie non verrà data alcuna scheda, eccetto pochi dati con il nome e cognome del ragazzo o della ragazza che viene loro affidato. Sarà attraverso un colloquio con un assistente sociale che si occupa del progetto che i genitori affidatari conosceranno i giovani ospiti che per un po' di tempo soggiorneranno nelle loro case. Sta all'assistente sociale fare la presentazione nel migliore dei modi, evitando il freddo e sterile resoconto che inevitabilmente risulterebbe dalla lettura di una scheda informativa.

La dottoressa alzò il palmo della mano, come se volesse prevenire la possibile obbiezione del giovane e si affrettò ad aggiungere:

-- Se t'interessa saperlo, sarò io l'assistente sociale che si occuperà del tuo caso, se accetterai di entrare nel progetto: non so se la cosa possa preoccuparti più che farti piacere, ma almeno noi due un poco ci conosciamo e questo, a parer mio, è sempre un vantaggio.

Harlock abbassò la testa, pensieroso, fissando il modulo di fronte a sè. Provava un senso di repulsione alla sola idea di andare a vivere per lunghi mesi con una famiglia, qualunque fosse, però il pensiero di restare ancora rinchiuso per un altro anno nel riformatorio minorile lo opprimeva molto di più, come se si fosse trovato in una stanza piena di fumo e senza finestre. Avrebbe semplicemente desiderato poter tornare a fare la vita di prima, libero. Tornare nel suo monolocale, riprendere il lavoro, uscire di nuovo la sera con gli amici, vagare fino all'alba con la moto... A quel pensiero si riscosse, sollevando la testa e piantando di nuovo gli occhi in quelli della dottoressa.

-- Se io accetto, mi ridarete la mia moto?

La dottoressa Sullivan lo squadrò perplessa e Harlock capì che lei non ne sapeva niente, ma decise comunque di insistere.

-- Prima di essere sbattuto qui dentro avevo una moto, una Harley... me l'hanno sequestrata assieme a tutto quello che mi apparteneva, eccetto qualche indumento che ho potuto portare con me... Era mia, ho passato notti insonni a rimontarla pezzo su pezzo... e inoltre era il mio unico mezzo di trasporto. Se esco di qui la rivoglio. - Harlock parlava con profondo trasporto, senza neppure rendersene conto, mentre gli occhi gli brillavano più del consueto. La dottoressa capì che per lui doveva trattarsi di una questione di vitale importanza e anche se non ne conosceva i dettagli si prese l'impegno di occuparsi della faccenda.

-- Quando uscirai dal riformatorio ti do la mia parola che riavrai tutte le tue cose, compresa la moto. Non posso farti restituire il tuo appartamento, dato che ormai sarà già stato preso in affitto da qualcun altro, né il lavoro, ma per ciò che riguarda i tuoi oggetti personali è giusto che tu li abbia di nuovo.

La dottoressa tacque, aspettando che il ragazzo prendesse la sua decisione. Senza dire una parola, Harlock allungò una mano, afferrò il foglio e la penna e vergò la sua firma nell'angolo rimasto vuoto, con calligrafia decisa e ariosa. La donna ne fu molto soddisfatta ma non lo diede a vedere, anche se in cuor suo tirò un profondo sospiro di sollievo, poiché era sempre molto felice quando riusciva a strappare un ragazzo dal vicolo cieco in cui la vita lo aveva condotto. Poi prese il foglio e lo mise nella cartellina già straripante, sorridendo lievemente.

-- Hai preso la decisione migliore. - disse alzandosi in piedi.

-- Questo lo vedremo...

-- Credimi: te ne renderai conto tu stesso, tra qualche tempo. - si fermò accanto alla porta, una mano già posata sulla maniglia, pronta a farla scattare – Tornerò tra dieci giorni, appena il progetto sarà partito. Sarò io a portarti nella tua nuova casa.

Quelle parole destarono in Harlock una sensazione spiacevole, di fastidio e ripulsa che trasparve chiaramente dal suo volto, ma la dottoressa si era già voltata e stava uscendo.

-- Si ricordi della sua promessa! - la voce di Harlock, decisa e accorata al contempo, la raggiunse mentre già la guardia entrava per riportarlo in cella. La dottoressa si voltò, sul suo viso c'era un'espressione piena di calore.

-- Riavrai la tua moto... ti ho dato la mia parola. - sorrise per un brevissimo istante, prima di scomparire lungo il corridoio buio.

 

16:55 Scritto da: nausicadistelle in Racconti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: harlock, fanfic, racconto | OKNOtizie |  Facebook

30/06/2008

Ancora in fase di scrittura

Sto scrivendo un racconto, come sempre nei ritagli di tempo. Vorrei tentare di pubblicarlo qui su, a puntate... vediamo se resisto... Potrebbe essere un'impresa che va troppo per le lunghe.

19:03 Scritto da: nausicadistelle in Racconti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

Fiori di stelle

Fiori di Stelle

 

La notte era fredda e piena di stelle e la grande casa immersa nel verde assomigliava ad un bastione sicuro, contro cui nessuna minaccia poteva prevalere. Lemort se ne stava accoccolato davanti alla finestra della sua stanza, seduto sulla cassapanca, il mento appoggiato sulle ginocchia, mentre lo sguardo andava ora al cielo stellato ora alla strada, percorsa da poche, frettolose auto. Era una zona residenziale, così diversa dalla periferia trafficata e puzzolente in cui aveva vissuto fino a poco prima. Sembra una vita fa! Si disse, stringendosi ancor più le gambe al petto. Iniziava ad avere freddo: finita la doccia si era messo addosso una camicia e un paio di jeans e poi si era seduto davanti a quella finestra, perdendosi nei suoi pensieri. Il maglione e il phone erano rimasti sul letto, senza essere toccati e ora i capelli bagnati gli stavano inzuppando la camicia.

- Lemort... Lemort! Non vuoi scendere per cena, sta sera? - una voce di donna lo riscosse, facendolo sussultare.

- Arrivo! - stiracchiò le braccia, incrociando le palme delle mani davanti a sè, lanciando un'ultima occhiata fuori dalla finestra.

Lemort aveva diciassette anni e una figura esile e femminea. Lunghi capelli corvini incorniciavano il volto ovale, dai lineamenti dolci, per nulla virili, e davano risalto a profondi occhi di cobalto. Tutta la sua persona era pervasa da una sottile ambiguità, difficile da decifrare, che non era frutto di artificio o affettazione.

Quando arrivò nella sala da pranzo la famiglia era già riunita per la cena.

-- Scusate per il ritardo... - mormorò, sedendosi.

-- Non ti sei asciugato i capelli. - disse la donna che poco prima lo aveva chiamato, prendendogli una ciocca fra le dita.

-- Non... non ho fatto in tempo. - si scusò Lemort. Non voleva dirle che aveva passato la maggior parte del tempo davanti alla finestra, a confrontare il suo passato con il presente.

-- Quante volte ti ho detto di asciugarli? - riprese la donna. Il suo rimprovero era mitigato da un tono di dolce condiscendenza.

-- Oh, mamma, quanto sei pedante... sarà pur libero di decidere almeno come trattare i suoi capelli! - intervenne una ragazza dai capelli rossi, seduta di fronte a Lemort.

-- Ma certo, Shura! E sarà libero anche di decidere come ammalarsi. - ribatté la donna.

-- In casa non c'è freddo. - osservò Lemort.

-- Questo è vero. Peccato che tu vada persino a dormire con i capelli bagnati. - rispose la donna, con ferma dolcezza.

Shura sospirò, lanciando a Lemort un'occhiata complice, che voleva invitarlo a portare pazienza e il ragazzo le rispose con un debole sorriso. Shura era bella da mozzare il fiato: seni rotondi e sodi, fianchi stretti e lunghe gambe sinuose, tutto il suo corpo parlava di sensualità traboccante che stava per sbocciare. Gli occhi grandi e privi di malizia erano ancora quelli di una bambina, ma le labbra carnose e vermiglie erano già un invito per baci proibiti e segreti da nascondere.

-- Cos'è quel foglio che stavi compilando prima, papà? - domandò ad un tratto Shura, indicando con la forchetta un pezzo di carta alla sinistra di suo padre.

-- Ah, questo... - David posò distrattamente lo sguardo sul foglio, quindi riprese – E' un favore che mi ha chiesto una mia collega, la dottoressa Keller. E' l'adesione per divenire famiglia affidataria all'interno del progetto Save the Future.

-- Famiglia affidataria? - gli fece eco Lemort.

-- Sì: diamo la nostra disponibilità ad occuparci di ragazzi senza famiglia o che vengono da situazioni difficili per qualche mese, ospitandoli in una vera famiglia. In questo modo si contribuisce al loro progressivo reinserimento nella società come persone equilibrate ed autosufficienti.

-- E tu le hai detto di sì? - esclamò Eva, con disappunto.

-- La dottoressa Keller ci tiene molto, si è sempre impegnata a favore dei ragazzi di strada, dei senzatetto... me l'ha chiesto più volte e alla fine ho accettato.

-- Ma David, essere famiglia affidataria è una cosa seria, non un favore personale da fare a qualche collega insistente.

-- Lo sa benissimo che siamo tutti e due molto impegnati e mi ha garantito che saremo gli ultimi della lista. Prima che arrivino a noi faranno ora ad aver sistemato tutti i ragazzi del Progetto, stai tranquilla! - David Hilgard concluse la frase con una breve risata, ma la voce seria di Lemort la troncò a metà.

-- Io credo sia una buona cosa.

Calò il silenzio nella stanza e in un istante tutti gli sguardi furono su di lui. Lemort parlava tenendo la testa abbassata, fissando un punto indefinito sulla tovaglia.

-- Penso che quei ragazzi abbiano diritto ad avere un'opportunità dalla vita e noi, che siamo così fortunati, che viviamo in una bella casa e non abbiamo problemi economici, siamo in dovere di aiutare chi ha avuto la sfortuna di nascere nella famiglia sbagliata, nel quartiere sbagliato.

David si maledisse cento volte. Come aveva fatto a non pensarci? Lemort era con loro da sei mesi e già gli sembrava che avesse sempre fatto parte della famiglia. Ma non era così. E quella faccenda ora finiva per riguardarlo in prima persona, lui che era stato strappato appena in tempo da una madre incapace di occuparsi non solo di suo figlio ma anche di se stessa. Le parole di Lemort erano prima di tutto rivolte a se stesso.

-- Lemort... - sussurrò suo padre, stringendogli affettuosamente il braccio. Il ragazzo rispose con un sorriso tirato, che David contraccambiò - Tu fai parte della nostra famiglia, lo sai che per me non ci sono differenze tra te e Shura: siete i miei due figli.

-- Lo so papà, però...

-- Non fraintendere quello che ho detto, Lemort. - intervenne Eva - Io non mi riferivo certo a te: è un discorso completamente diverso. Quei ragazzi...

Lemort scosse la testa.

-- Lo so che voi mi volete bene... e qui, per la prima volta, io mi sento davvero a casa mia, anche se c'è voluto tanto tempo. Ma se non fosse stato per voi, che mi avete accettato, accolto, amato, io non avrei avuto la possibilità di riprendere a studiare, di fare dello sport, di viaggiare. E forse anch'io sarei diventato come mia madre.

Il bel volto di Eva si accigliò. Si sporse verso il ragazzo, sfiorandogli una mano con le dita affusolate.

-- Questo non è vero! Tu sei diverso da Erin, io e tuo padre ce ne siamo accorti subito. Hai dimostrato di essere intelligente e studioso e hai ripagato tutti gli sforzi che abbiamo fatto per te. Ma quei ragazzi... possono avere chissà quale situazione alle spalle, cose che noi potremmo non essere in grado di affrontare.

Eva avrebbe voluto proseguire, ma David la interruppe con un gesto della mano e un sommesso “Basta così!”. Era sempre gentile con la moglie e i figli e talvolta anche accondiscendente, ma sapeva imporre la propria autorità quando lo riteneva opportuno e in quelle occasioni non ammetteva repliche, in perfetta sintonia con la fama che i tedeschi si erano fatti nel corso del tempo. La discussione fu chiusa e il resto della cena, dopo un iniziale silenzio, proseguì come se l'argomento non fosse mai stato toccato.

Dopo mangiato, però, Eva tornò alla carica. Stavano riassettando insieme di là in cucina, mentre Shura e Lemort si erano già spostati in salotto, quando, rompendo il silenzio, la donna riprese:

-- Hai davvero intenzione di fare quello che hai detto?

David, colto alla sprovvista, sembrò cadere dalle nuvole e la guardò perplesso. Eva proseguì.

-- Aprire la nostra casa a degli estranei, far entrare uno sconosciuto...

David sbuffò, posando i piatti nell'acquaio, senza replicare. Sua moglie rimase a fissarlo, attendendo una risposta, ma poiché questa sembrava non voler arrivare mai, riprese:

-- Oh, insomma David, sto parlando con te!

-- Ho dato la mia disponibilità alla dottoressa Keller e non intendo tirarmi indietro.

-- L'hai fatto senza consultarci: si trattava di una decisione che andava presa insieme!

-- Ascolta, Eva: so benissimo che occuparsi del figlio di qualcun altro, di un ragazzo di cui non conosciamo il carattere e le necessità, non è facile. Ma tu hai dimostrato di sapertela cavare benissimo, dopo quello che è successo con Lemort e sua madre e credo che in due sapremo affrontare anche questa nuova situazione, forse ancora meglio. Tanto più che anche i nostri figli sono d'accordo. - marito e moglie erano uno di fronte all'altra, ma mentre la voce di David era pacata, il volto di Eva manifestava tutta l'insofferenza per quella situazione.

-- E' questo il punto! Ti sei forse dimenticato che abbiamo due figlie? Come faccio a sentirmi tranquilla all'idea che un delinquentello qualunque abbia libero accesso in casa nostra e in qualsasi momento possa far del male alle ragazze?

David sgranò tanto d'occhi, incredulo. La voce gli uscì in un balbettio finché sbottò, adirato

-- Ma... che dici, Eva! Lemort è un maschio. Un maschio! Non puoi continuare a trattarlo come faceva sua madre. Così non gli sei di nessun aiuto.

-- Invece sei tu che liquidi questa questione con troppa semplicità: Lemort non è un maschio perché lo decidi tu...

-- Ma santo Cielo! E' biologicamente un maschio. E se permetti di medicina ne so più di te, dato che è il mio mestiere. - David iniziò ad andare su e giù per la cucina arruffandosi i capelli con una mano.

-- Lo sai che questo non basta per fare di una persona un uomo o una donna. - replicò Eva con naturalezza. Ora era lei ad essere calma.

-- Sospendiamo qui questa inutile discussione, va bene? - quella di David non era una proposta ed anche in questo caso non ammetteva repliche – Domani parlerò con la dottoressa Keller e le dirò che la nostra decisione è confermata.

Il dottor Hillgard fece per uscire dalla stanza, ma si fermò bruscamente sulla soglia, senza voltarsi. Sua moglie lo fissava con occhi infuriati.

-- Non voglio più essere costretto a tornare sull'identità sessuale di mio figlio, è chiaro? Lemort è qui per ricostruire in maniera equilibrata la sua personalità e non ha affatto bisogno che tu gli crei ulteriori confusioni.

La stanza era avvolta dall'oscurità, solo la luce dei fari delle auto ne illuminava a tratti qualche angolo. Lemort era di nuovo alla finestra, le gambe strette al petto, la guancia appoggiata sulle ginocchia e lo sguardo fisso sulla strada. Due tocchi leggeri alla porta, rimasta socchiusa, lo richiamò alla realtà: Shura se ne stava in piedi sulla soglia e sembrava non essere sicura di voler entrare.

-- Posso? - chiese.

Lemort annuì, voltandosi verso di lei e facendole posto sulla cassapanca. Shura si sedette, appoggiando la schiena al vetro della finestra.

-- Cosa ne pensi della decisione di papà? - chiese senza molti preamboli.

-- Ne ho già parlato a tavola... penso che sia un'occasione importante per molti bambini e ragazzi che non hanno avuto in sorte una vera famiglia. - fece una breve pausa, prima di propseguire - Tu non sei d'accordo?

Shura scosse la testa, facendo ondeggiare lievemente i morbidi capelli rossi.

-- Mi stavo solo chiedendo... come sarà la persona che verrà a vivere a casa nostra per un po' di tempo: dopotutto, sarà come avere un altro fratello o una sorella, anche se per poco tempo. E' vero che papà dice che potrebbe anche non capitarci mai, dato che siamo gli ultimi della lista, però io non posso fare a meno di chiedermelo.

Per tutta risposta, Lemort le posò la testa su una spalla, cingendole la vita con un braccio. Shura ricambiò accarezzandogli la gamba con una mano.

-- Pensi che riusciremo ad andare d'accordo con questa persona come ci siamo riusciti tra di noi?

-- Non lo so... però credo che molto dipenderà da come lo accoglieremo. - rispose Lemort e Shura annuì, stringendo la mano con cui il fratello le cingeva il fianco.

18:20 Scritto da: nausicadistelle in Racconti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: harlock, fanfic | OKNOtizie |  Facebook

27/06/2008

Io sto con Donadoni

La classica soluzione all’italiana. Fuori dagli europei e allora che si fa? Via l’allenatore! Come se si trattasse di un’equazione matematica, come se la colpa fosse tutta sua. D’accordo che è l’allenatore a impostare lo schema di gioco e a scegliere i giocatori da far scendere in campo… ma non credo che le responsabilità siano da imputare tutte a lui. Si fa troppo presto (ed è troppo comodo) pensare di avere la squadra più forte del mondo che è stata semplicemente mal gestita da un allenatore incapace. L’Italia ha sprecato una marea di occasioni per fare rete, ha buttato fuori per un soffio un sacco di palloni, nelle diverse partite e non era certo Donadoni che tirava. Anzi, a sbagliare sono stati quegli stessi giocatori che ci hanno portato al trionfo mondiale: Luca Toni e le sue palle stregate, o Buffon che si è fatto segnare tre reti nella partita d’esordio.

Ecco perché io sto con Donadoni: non perché penso che sia il miglior allenatore del mondo, ma perché sono convinta che questa sia una brutta abitudine del nostro Paese: invece di fare un serio esame dei fatti e valutare dove la squadra ha sbagliato, si sceglie la via più comoda e si sposta un solo uomo (economico, no?) e così si risolve il problema. Certo, beninteso, se Donadoni, con le stesse scelte, avesse vinto contro la Spagna, tutti sarebbero stati pronti a lodarlo come un genio, come il degno successore di Lippi.  E a dire che “siamo una squadra fortissimi”!

Ma appunto sta qui il nodo della questione, secondo me: una squadra lavora insieme, i meriti e le sconfitte appartengono al gioco che undici persone sono riuscite ad imbastire insieme, all’intesa, al feeling che si è creato tra loro, alla capacità di creare occasioni per fare rete da parte di alcuni e alla capacità di sfruttarle da parte di altri. Alla difesa e all’attacco, alla creatività e all’attenta regia.

Di questa squadra fa parte anche l’allenatore.

Proprio come in un orologio ci sono molte componenti, così ce ne sono in una squadra di calcio: ci sono gli ingranaggi, che devono essere tutti ben coordinati tra loro, ma c’è anche la cassa e il quadrante. Ora, se un orologio non funziona, di solito la prima cosa che si fa non è cambiare la cassa, ma controllare gli ingranaggi.

L’orologio Italia non funzionava fin dall’inizio di questo europeo (e già lì, giù tutti a criticare Donadoni) ma non funzionava neppure all’inizio dello scorso mondiale. Siamo realisti! Gli Azzurri hanno rischiato di essere buttati fuori, due anni fa, sono rimasti in gara anche per quel pizzico di fortuna che, se non guasta mai, non basta a fare grande la squadra. Hanno battuto la Germania anche grazie agli sfottò che hanno fatto contro di loro e contro tutti gli italiani.

Perché noi italiani siamo fatti davvero un po’ così, come ci ha descritto qualcuno in una frase (che non voleva probabilmente essere un complimento, ma che pure talvolta ci calza a pennello): “Gli italiani? Dei buoni a nulla capaci di tutto!” Sì, capaci di vincere un mondiale per senso dell’onore, orgoglio e amor proprio, affrontando la Germania nel suo stadio-talismano con straordinario sangue freddo (davvero come se si stessero servendo delle pizze in un locale). E capaci di farsi intimidire dalla Francia in finale, dopo che si è appena compiuta un’impresa “epica”.

Un po’ come in "La grande guerra" con Gassman e Sordi: i due soldati italiani durante la prima guerra mondiale che cercavano sempre una scappatoia, un sistema per non rischiare la pelle, quando finiscono catturati dagli austriaci si fanno fucilare piuttosto che rivelare importanti informazioni al nemico.

Io non sono un’esperta di calcio ma sarebbe ora di restare con i piedi per terra e di non credere che i miracoli li faccia un uomo, da solo. Adesso tornerà Lippi e, benché io sia convinta che sia davvero un tipo in gamba e che sappia il fatto suo, voglio proprio vedere come andrà a finire! Se basterà la sua presenza a farci vincere il mondiale in Sudafrica, tenuto conto che probabilmente molti uomini, molti giocatori, non saranno più gli stessi.

E ricordiamoci anche che quelle persone che hanno portato Lippi agli onori della cronaca, che l’hanno elogiato e adulato sono le stesse che poco prima lo avevano aspramente criticato per via delle prime partite sbagliate: gli umori della folla sono mutevoli… Al primo passo falso gli adulatori si trasformeranno di nuovo in feroci critici e saranno pronti a gettare Lippi in pasto ai tifosi, sulle pagine dei giornali.

 

17:50 Scritto da: nausicadistelle in opinioni, sport | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: donadoni, lippi, europeo, mondiale, dimissioni | OKNOtizie |  Facebook

18/06/2008

Sul racconto precedente

Il racconto precedente è dedicato ad Harlock, il pirata dello spazio, ma in una versione molto particolare. L'ho scritto qualche anno fa ma ci sono molto affezionata. E' ambientato in un universo completamente diverso, in un mondo molto concreto, terreno, eppure sospeso tra sogno e realtà. Racconta l'eterna battaglia, l'eterna ricerca, disperata, totale, dell'Amore. Fonte d'ispirazione il legame di Harlock e Maya (da Waga Seishun no Arcadia).

19:00 Scritto da: nausicadistelle in Harlock | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: harlock, amore, maya, fanfic | OKNOtizie |  Facebook

L'amore che fu mio

L’amore che fu mio

 

 

“Nel fosco sentiero d’un sogno                                                            

andai a trovare l’amore che fu mio

 in una vita precedente”

                                               (Tagore)

                                                                       

 

 

 

Nel limpido chiarore del cielo si stagliavano solo poche nubi, calde e leggere, mentre un dolce vento d'estate le sospingeva lontano, verso orizzonti d’opale e fuoco.

Un rigoglioso mare d'erba, costellato di narcisi selvatici, si agitava sinuoso alla brezza che piegava i flessuosi cespi della lavanda e faceva tremare le foglie dell'edera, avvinghiata ai muri di un vecchio fienile sferzato dal sole.

Fra le ombrose fronde di una possente quercia filtravano sottili lance di sole, che puntellavano il terreno sottostante d'iridescenti giochi di luce.

Harlock era disteso in quell'ombra fresca e tranquilla, un braccio dietro la testa e gli occhi chiusi. Pareva dormire. Ma il fruscio insistente e ritmico delle lucide foglie scure aveva catturato la sua attenzione: era un suono dolce simile al rumore lontano del mare.

Tra i rami più alti dell’albero, il fresco canto di un merlo si elevava al cielo. 

Harlock non pensava a nulla: era come se quel mattino di luce fosse entrato in lui, pienamente, e riempisse la sua anima fin nei recessi più occulti. Un chiaro oceano d’oblio lo trasportava lontano, dentro di sé, nel più immenso silenzio.

D’improvviso, un’ombra lunga e leggera si distese sul suo corpo, oscurando il sole. Harlock riaprì gli occhi, richiamato con violenza alla superficie della coscienza: una giovane donna era in piedi davanti a lui, silenziosa, bella. Un puro fiume d’oro le scorreva tra i lunghi capelli mossi dal vento, e la pelle era luminosa, come pervasa da un sole interiore.

Il giovane non disse nulla: con il busto appena eretto, un braccio poggiato sull’erba per sostenersi, fissava gli occhi di quell’apparizione: possedevano lo stesso azzurro infinito di quel cielo d’estate.

E lei pareva disposta a restare lì, immobile, per tutto il tempo in cui lui avesse desiderato guardarla, indagandone il viso e il corpo.

- Chi sei? – le domandò d’un tratto, riemergendo da un sogno antico. Ma non ci fu risposta. Lo fissò soltanto, dolcemente interrogativa: “Non mi riconosci più?”, pareva chiedergli.

Harlock rimase turbato da quello sguardo: per un istante, gli sembrò che una lunga vita polverosa si dispiegasse davanti ai suoi occhi, fulminea. Una vita lontana e cara in cui l’aveva conosciuta. Ma non riusciva a ricordare il suo nome.

Rimase di nuovo in silenzio, per brevi istanti che passarono lenti: pareva che l’eternità si fosse distesa fra loro.

- Chi sei!? – ripeté, imperioso; ma un soffio d’accoramento gli tremava nella voce.

Lei lo guardò senza replicare e si voltò, scendendo lungo il ripido pendio erboso. Harlock se ne rese conto solo quando si era ormai allontanata e il suo vestito leggero si confondeva fra i tarassachi in fiore della campagna.

- Aspetta… - gridò, balzando in piedi e correndo verso di lei, mentre il vento era diventato fresco e gli sferzava il volto e il petto semiscoperto.

Per quanto Harlock si sforzasse di raggiungerla, la giovane era  sempre lontana, come se una distanza più forte di quella fisica li separasse.

Attraversarono a perdifiato i prati luminosi. Nei campi lì accanto cresceva il grano in grosse spighe, mentre lo scuro profilo dei fossi, verdeggianti d’erba nuova, divideva il terreno in appezzamenti di varie dimensioni. Tutto era immobile sotto il sole, permeato di muta attesa.

Soltanto quando l’aveva ormai perduta di vista il giovane si fermò, ansimante. Si piegò, appoggiando le mani sulle ginocchia e respirò profondamente per alcuni secondi. Accarezzate dal vento, alcune pianticelle d’iperico si strofinavano contro le sue gambe.

- Dove… dove sei andata… - mormorò, senza rialzare il volto.

Sentiva che doveva trovarla:  a qualunque costo avrebbe dovuto raggiungerla, rivederla; specchiarsi nei suoi occhi per ritrovare una parte di se stesso. Era in lei che una vita lontana scorreva, come un lento fiume: una vita che gli apparteneva!

Quando alzò il viso, un paesaggio che non aveva notato stava davanti a lui, in tutta la sua evidenza: una bianca strada serpeggiante, sassosa, si snodava fra l’erba e conduceva ad un piccolo borgo di case, circondate d’orti  rigogliosi. Laggiù, tutto era immerso nel caldo silenzio del primo pomeriggio. Quell’atmosfera sospesa aveva in sé un fascino magico e seducente, quasi che il tempo avesse smesso di scorrere fra le vie del paese.

Harlock ne fu attratto irresistibilmente e si mosse: attraversò il prato obliquamente, fin dove l’erba raggiungeva i margini della strada, proseguendo poi verso quel gruppo di case addormentate sotto il sole.

- Probabilmente – diceva tra sé – quella giovane sarà qui, in una di queste abitazioni.

Si fermò solamente quando giunse nell’ampia piazza circolare, al cui centro una fontana di pietra gettava freschi spruzzi verso il cielo. Tutto era silenzio; solo, di tanto in tanto, si levava il lontano frinire di una cicala solitaria.

Si guardò attorno, socchiudendo gli occhi per la troppa luce: non c’era nessuno. Eppure sentiva che dietro le mura di quelle case c’era vita, una vita assonnata che si concedeva il giusto riposo.

D’improvviso, provò il peso di tutto quel sole e di quel calore e si sedette lungo i bordi della fontana, ombreggiati dall’acqua che scaturiva a fiotti. Si allungò verso uno di quei getti e raccolse nelle mani un po’ d’acqua, portandola alle labbra. La gustò lentamente: gli pareva che avesse un sapore nuovo, sconosciuto e la sua pura freschezza placò presto la sete.

Ma quando stava bevendo l’ultimo sorso, nella poca acqua rimasta nel cavo della mano, vide riflettersi il viso di quella donna dai lunghi capelli di sole. Harlock trasalì e rialzò la testa: era lì, di fronte a lui, e lo fissava come se aspettasse qualcosa.

Questa volta, il giovane reagì d’istinto: s’alzò di scatto e le strinse le braccia con le mani, fredde e bagnate, cercando invano nella sua mente le parole che tanto aveva desiderato dirle. Pareva che il cuore gli scoppiasse nel petto, per il dolore che all’improvviso lo aveva assalito: quelle parole che gli si agitavano nel cuore avevano più importanza della sua stessa vita.  Le era andate cercando attraverso il tempo e il fango delle vite passate non avevano potuto cancellarle; ma troppo profondamente stavano sepolte, erano troppo lontane!

Harlock ansimava piano, le labbra vicine a quelle di lei, i loro respiri confusi in un unico soffio. La giovane aspettava ancora, muta, come se solo lui potesse ridarle la voce. Quella voce che doveva essergli tanto cara.

Quanto tempo trascorsero in quell’abbraccio, Harlock non seppe mai dirlo: un minuto un giorno o una vita intera. Ma quando lasciò scivolare le mani lungo le braccia di lei, nulla era cambiato attorno a loro.

In tutta quella luce radiosa, egli si sentiva prigioniero del buio più sordo e desolato.

Teneva la testa china e si fissava le mani senza attenzione alcuna, cercando dentro di sé una soluzione, una spiegazione per tutto questo. Ma all’improvviso, notò che il corpo di lei stava sbiadendo: le braccia leggermente abbronzate perdevano di vigore, il vestito arancio sfumava sempre più i suoi toni, le lunghe gambe sinuose si scoloravano, divenendo quasi trasparenti. Rialzò la testa di scatto, fissandola in viso: un pallore cinereo lo ricopriva mentre attraverso di lei si distinguevano con nitidezza le scure sagome degli edifici.

- No! – gridò Harlock, allungando le braccia per afferrarla. Ma le mani strinsero il vuoto.

 - Che succede? Che cos’hai? – la giovane non rispose. Lo guardò con occhi colmi di dolore, stendendo a sua volta le braccia verso di lui: la distanza che li separava era diventata disperatamente profonda.

- Aspetta… non voglio lasciarti andare così! Aspetta!

Sotto il sole divenuto accecante, il corpo di lei si dissolse completamente, come un improvviso riflesso scompare dall’acqua.

- No… Io so il tuo nome! Aspetta. Aspetta! – le sue grida sgomente riecheggiarono in lontananza, contro la facciata liscia della chiesa sulla collina. Ma nel piccolo borgo assonnato nessuno aveva udito: nessuno s’affacciò, nessuno uscì.

Harlock rimase solo nella piazza. La fontana gorgogliava fresca, gettando in alto le sue liquide braccia. Le imposte di una locanda cigolavano debolmente, spinte da un sottile alito di vento. La cicala lontana taceva, trattenendo il respiro e i gigli della campagna scuotevano i loro petali, piegandosi flessuosi verso terra.

 - Ah… - Harlock si guardò attorno, girando lo sguardo su tutta la piazza – Dove sei andata… Dove?

Attese, ascoltando il vento frusciare alto sopra gli alberi.  Era un vento caldo di scirocco e portava nascosto tra le sue pieghe ariose l’odore salmastro del mare. Levò in alto gli occhi, verso il cielo, sempre limpido e azzurro, senza nubi.

Mentre stava così, un’ombra simile ad ossidiana si distese sul lastricato della piazza, alle sue spalle, lambendogli con l’estremità superiore i piedi e le gambe. Improvvisamente, il giovane percepì quella presenza e si voltò: non c’era nessuno. Solo quella lunga ombra sottile che usciva sinistra da un vicolo buio e si distendeva su metà del piazzale. Era l’ombra di un uomo.

- Chi sei? – lo interrogò subito Harlock, imperiosamente.

Ma non venne risposta.

Intanto, nell’opaco silenzio che aleggiava tra loro, piccole voci si alzarono vibrando, come le corde di pallide arpe perdute.

Inizialmente Harlock non percepì nulla, ma dopo alcuni istanti quel suono inusuale giunse alle sue orecchie. Allora si pose in ascolto e udì distintamente:

“Lei ha perduto la sua voce d’oceano…”

“La sua voce d’abissi di stelle…”

“Troppa terra è passata sul suo corpo.”

“Troppa terra è scesa in quel petto…”

- Ah… che significa? – mormorò Harlock, con gli occhi rivolti agli alberi di robinia, che spandevano rotondi profumi nell’aria. - Parlano di lei… ma da dove giungono e chi sono?

“Lui non riconosce quel volto…”

“Lui non ricorda quel nome.”

Ripresero cantilenanti le voci segrete.

“Eppur è sceso con lei tra l’erba…”

“Eppur si è disteso con lei sotto i fiori…”

“Lui non ricorda quel nome… quel nome lui non ricorda …”

Le voci, fattesi acute e veementi, presero a ripetere con forza quell’unica frase. In alto, sopra gli alberi e le case, tutto sembrava divenuto un girotondo vertiginoso di parole nettamente scandite.

Sempre muta, l’ombra distesa sulle pallide pietre staccò un braccio dal suolo, alzandolo alto, alto, verso il cielo.

Stordito e confuso da tutti quei segni, Harlock si portò le mani sulle orecchie, chinando la testa. Ma ogni parola raggiungeva ugualmente i suoi sensi.

“Lui non ricorda quel nome… lui non ricorda quel nome… Era il nome di Lei, e lo ha scordato… Non ricorda quel nome!”

- Non è vero! – gridò Harlock d’un tratto, rialzando la testa – So come si chiama!

- Dimmi il suo nome! – ordinò l’Ombra.

“Menti ora, mentivi un tempo: tu non sai, non sai, non sai…” Ripresero le voci con insistenza.

- No! Io conosco il suo nome, l’ho sempre saputo! Il suo nome è Amata! – il grido di Harlock arrivò in alto, oltre gli alberi, il cielo e le voci. Vibrante e chiaro, attraversò il cosmo.

In quell’istante cessarono tutte le parole, la lunga ombra buia scomparve, dissolvendosi in polvere che il vento disperse, le rondini volarono per il cielo, sfiorando i tetti delle case e lontano, chissà dove, un merlo prese a cantare una serena melodia.

In quella calma ritrovata, Harlock prese la parola con forza e disse:

- Ah, città fantasma di silenzio e nulla, rendimela! Rendimi il profondo sole dei suoi capelli, le sue labbra di frumento che per secoli hanno dato vita alla terra, le stelle fredde dei suoi occhi che ho attraversato nella notte, le braccia d’aria e di burrasca, i gigli della sua veste sottile, l’anima chiara della mia anima. Restituiscila! L’Amore ha ricordato il suo nome, lei non è più una fra le altre: ha un’eco chiara nella voce e le sue pupille brillano come due pietre d’opale nella notte. Riconosco la musica dei suoi passi. Ogni fiore sbocciava per lei nell’aurora e l’erba era verde e fresca sui prati come il nostro amore…

Tutt’intorno ad Harlock la città prese a girare vorticosamente, come in una giostra fantastica, e le case, le vie, gli alberi e i vigneti scivolarono e si confusero gli uni negli altri, allo stesso modo in cui la spuma del mare è inghiottita nuovamente dall’onda. Intanto la luce del sole era sempre più abbagliante e dissolveva le forme e i contorni di tutte le cose, come se un primigenio caos prendesse nuovamente il sopravvento sul mondo e le sue sostanze.

Tutto si sottometteva all’uomo che combatteva disarmato, impugnando solo la potenza della parola.

- Rendimi la mia Donna! Città d’ombra e di vuoto, apri le tue fauci di belva insaziata. Restituiscimi colei che dava luce al mondo: luce della luce, spiaggia delle stelle, nave trasparente attraverso i sentieri del crepuscolo, vento d’estate, l’Eletta. Attraverso il tempo e la buia terra il suo corpo è sopravvissuto: la Morte che è scesa in lei non l’ha vinta, non ha deturpato il suo cuore d’uva selvatica. Rendimi la Donna che con il suo Spirito ha dato vita all’universo: nelle sue braccia stanno la sera e il mattino, tra i suoi seni di rose trovano senso lo scorrere impietoso dei giorni e ogni fiore che muore senz’essere sbocciato! Ridammela! O il mio corpo distenderà qui lunghe radici di pietra e, finché non rivedrà il suo volto, scorrerà sotterraneo sotto le tue fondamenta fradice e divellerà questa città e i fantasmi timorosi che la popolano! 

D’improvviso, l’acqua della fontana scaturì con forza, levandosi in enormi getti verso il cielo, mentre la fontana stessa si sgretolava, divenuta d’un tratto vecchia pietra corrosa dal tempo. Come da un enorme geyser, l’acqua sgorgava, ma fresca, limpida e pura.  E in mezzo a quell’acqua, lentamente, si delineava sempre più il luminoso corpo di Lei. Ogni parte della sua persona, che il tempo e la dimenticanza avevano cancellato, veniva ora restituita da quella liquida freschezza. Il giovane contemplava quella rinascita in silenzio, con negli occhi una profonda luce di gioia. Pian piano, le membra di Lei ripresero sostanza, furono vive, radiose, come Harlock le ricordava. E quando ogni cosa fu compiuta, la Donna aprì i suoi occhi di sole e li posò su colui che amava. Non parlò, ma egli udì ugualmente la sua voce:

- Come stai, amico mio? – gli chiese.

Ah, era la stessa di sempre: voce di vento, di ruscello e cascata, voce traboccante di luce, vestita dall’aurora, profumata come il mare e i bianchi gigli della terra.

- Bentornata… - ripose Harlock, tendendole la mano.

Ma Lei non si mosse. Allungò le sue braccia verso di lui e gli sorrise. Harlock comprese: abbassò la mano e, rispondendo a quel sorriso, si mosse verso il getto d’acqua che la custodiva. Vi entrò. Un immenso, puro fiume lo attraversò completamente, penetrando nel più profondo del suo essere.

- Bentornato… - gli disse lei a sua volta, andandogli incontro.

Harlock l’abbracciò: da quanto tempo le mancava la sua pelle! Com’era possibile che le fosse sopravvissuto, attraverso i secoli? Come aveva potuto non accorgersi che mancava la Vita alla sua vita?

Nell’acqua, nella luce, i loro corpi si fusero in un luminoso abbraccio colmo d’estasi e d’abbandono. Le lunghe dita di Lei stringevano quelle di Harlock, le loro labbra si cercavano per parlarsi sempre più intimamente, ed ogni oggetto o indumento che ricopriva i loro corpi si dissolse in vapori vaghi e iridescenti. Rimasero solo i loro corpi, nudi e splendenti, così profondamente confusi che non esistevano più due esseri, ma un’unica entità non più divisibile, due anime unite per sempre.

Intanto la dimensione del getto d’acqua cresceva sempre più in ampiezza e nascondeva i due amanti da ogni sguardo, sottraendoli a tutto ciò che era terreno e mortale.  Finché d’un tratto, gettando verso i più alti strati del firmamento un enorme flutto trasparente, anche il geyser s’acquietò del tutto, rimanendo soltanto una larga bocca di terra, immobile tra l’erba e il grano dei campi.

Non c’era più nessuno. Il vento s’alzò, caldo e lento, soffiando sui narcisi e sui papaveri sonnolenti. Lontano, le cicale frinivano numerose, senza posa e tra i rami del noce nero l’allodola cantò, vibrando la sua musica con malinconica dolcezza.

18:10 Scritto da: nausicadistelle in Racconti | Link permanente | Commenti (5) | Segnala | Tag: harlock, amore, sogno, amata | OKNOtizie |  Facebook

12/06/2008

Dedicata a tutte le partenze... a tutti i ritorni

La poesia del post precedente era per una persona speciale... ma anche adesso, a distanza di tempo, ora che le cose sono cambiate, continuo ad amarla molto. E la dedico di nuovo a tutte le persone speciali della mia vita e a una in particolare che amo tanto. Ma non solo. Penso che tutti (o almeno, tutte le anime un po' romantiche, come la mia) possano indirizzarla a qualcuno a cui vogliono bene e che non vedono da tempo.

Ad ogni partenza, ad ogni ritorno. 

E a te, soprattutto, che vaghi fra le stelle 

 

 

 

Nausicaa

 

19:10 Scritto da: nausicadistelle in Pensieri, Ricordi | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

05/06/2008

Quando tornerai?

Quando tornerai?

Quando il vento soffierà sulla neve,

quando il ghiaccio sarà strada sui fiumi,

quando le stelle brilleranno

nelle gelide notti serene.

Sarò il fuoco che scalda la tua pelle,

il sole che inonda i tuoi capelli,

l’acqua salata che ti bagna il corpo.

 

Dove tornerai?

Dove è difficile raggiungere il cuore,

dove il vento nasconde tutte le parole,

dove gli occhi riposano sereni.

Ti accarezzerò come goccia di rugiada,

come cirri veloci nel cielo del mattino,

come caldi ricordi addormentati.

 

                                                       Nausicaä

16:00 Scritto da: nausicadistelle in Poesie | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: poesia, quando tornerai? | OKNOtizie |  Facebook

Fossi stato quel che sono adesso

Fossi stato quel che sono adesso non t’avrei perduta.

Arrivare in tempo e vedere di nuovo il tuo viso:

mio Infinito, Eterno desiderio.

 

Sacro, amato sangue, di cui ho bagnato le mie mani.

Pallido, grave corpo, tra le mie braccia abbandonato.

Perché non hai aspettato? T’avrei strappata a loro,

sciogliendo qualunque legame terreno.

T’avrei condotta lontano e nessuno avrebbe saputo dove.

Per te avrei rinunciato a questo corpo immortale

e del nostro amore profumato sarei vissuto per sempre.

Di piccole voci si sarebbe riempita la nostra casa

e t’avrei veduta diventare donna.

 

Bella e ancora fanciulla dormi in un rifugio incorruttibile,

e nello splendore senza luce del tuo volto vengo a bagnarmi

quando tutt’intorno non è che tenebra.

 

Ma dov’è ora la chiara voce che pronunciava il mio nome,

la mano tesa oltre la finestra, tante volte scavalcata?

I dolci incontri segreti, per sempre perduti,

e il lungo attenderli,

la mia purezza d’un tempo, i caldi e brevi abbracci?

Dov’è la chiave della porta serrata, distrutta,

dov’è la strada smarrita, che cerca ancora il mio cuore?

 

Sono sepolto con te, da secoli, in un unico abbraccio.

 

                                                                         N. W.

15:50 Scritto da: nausicadistelle in Poesie | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: amore, morte, desiderio | OKNOtizie |  Facebook

Quanto tempo...

Stavo sfogliando il mio vecchio diario, alla ricerca di quella poesia che ho appena pubblicato... quanto tempo è passato. Viene dritta dritta dal 1993... settembre, penso, ma non c'è la data. Ne ho scritte parecchie altre, scorrendo le pagine. Tutto sommato ce ne sono ancora alcune degne di essere scritte, tenuto conto di quanto tempo è passato! E' solo ultimamente che ho perso un po' l'ispirazione, per maledettissima cronica mancanza di tempo...  -_-

Spero di poter recuperare...  E mi auguro che questo blog appena cominciato non debba restare lì, senza che io riesca a trovare il modo di proseguirlo, e soprattutto il tempo. Riprendere tra le mie mani la mia vita! E' da tanto che desidero farlo... Non è più ora di rimandare... c'era una frase, che spesso mi torna in mente, che diceva:

"Se ti senti nascere un desiderio, ascolta, è la vita che chiama: ha qualcosa per te!"

 

Nausicaä

15:20 Scritto da: nausicadistelle in Pensieri | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: diario, antichi pensieri, passato e futuro | OKNOtizie |  Facebook