17/07/2008

Fiori di Stelle - suite

In un'altra città, in un carcere minorile che portava il pomposo nome di Centro di rieducazione adolescenziale, quella era una sera di visite: gli assistenti sociali erano a colloquio con alcuni giovani per decidere il loro eventuale inserimento nel progetto Save the Future. I ragazzi venivano condotti uno alla volta nella stanza che fungeva da parlatoio, dotata soltanto di un grezzo tavolone di ferro e di due sedie, che stavano una di fronte all'altra, mentre una guardia aspettava fuori dalla porta a sbarre.

La dottoressa Sullivan era una donna poco più che quarantenne, dal volto magro, perennemente assorto, segnato da qualche profonda ruga ai lati della bocca. Portava i capelli tirati indietro sulla nuca e raccolti in una lunga coda ed indossava abiti un po' dozzinali. Ma tutto nella sua persona dava l'idea di una donna forte e caparbia, abituata a combattere contro le lungaggini della burocrazia, lo scetticismo della gente dabbene e le resistenze dei suoi giovani assistiti. Posata sul tavolo accanto a lei c'era una cartellina chiusa, gonfia di scartoffie e un foglio già compilato, a cui mancava solo una cosa: la firma del ragazzo che le sedeva di fronte e che aveva l'aria di non essere un tipo malleabile. Aveva diciassette anni, ma ne dimostrava qualcuno in più perché l'espressione grave del suo viso era quella di chi nella vita ne ha già viste tante e ancor più ne ha subite. Gli occhi, di un castano intenso e luminoso, non si erano mai staccati dal volto della dottoressa Sullivan durante tutto il colloquio e sembravano possedere il dono di scavare profondamente nell'animo delle persone, riuscendo a metterle a disagio. Alcune ciocche di capelli ricadevano disordinatamente sulla fronte, schermando in parte gli occhi, ma l'ombra che si distendeva su di loro, invece di diminuirne la lucentezza, riusciva piuttosto a rafforzarla per contrasto. Altre ciocche scendevano fin sulle spalle ed altre, più corte, gli sfioravano gli zigomi e la mascella e la sua chioma dava nel complesso l'impressione di non aver mai visto un paio di forbici né un parrucchiere. Indossava l'uniforme blu del riformatorio, e la casacca, troppo abbondante per il suo corpo magro, nascondeva perfettamente una muscolatura soda, sviluppata in lunghezza piuttosto che in ampiezza. Teneva le braccia conserte sul petto mentre la dottoressa Sullivan tentava per l'ultima volta di convincerlo.

-- Vorrei che tu capissi che questa è per te un'importante occasione, che non devi sprecare! Essere inserito nel progetto Save the Future non costituisce un'ulteriore limitazione della tua libertà personale, come ti ostini a credere, ma al contrario è l'unica possibilità che hai per uscire di qui prima della maggiore età... e senza tentare inutili evasioni. - la dottoressa fece una pausa, continuando a fissare il suo interlocutore in quella che appariva come una sorta di sfida. Sembrava aver capito che l'ipotesi della fuga era stata presa seriamente in considerazione dal ragazzo. - Non esiste altro modo per tentare un proficuo reinserimento nella società e trovare un lavoro, senza portarti addosso una sorta di marchio, come quello che perseguita gli ex-detenuti.

-- Inserirmi nella società? - gli occhi del giovane sfavillarono mentre, posando le mani sul tavolo, si sporgeva un poco in avanti, verso la sua interlocutrice – Forse siete voi che non avete ancora capito che io ero già perfettamente inserito prima che arrivaste a sconvolgere la mia vita, portandomi via il mio lavoro e tutto quello che mi ero costruito in questi anni! Non ve l'ho chiesto io di rinchiudermi in questo schifo di posto dove l'unica cosa che può accadere ad un uomo è quella di diventare peggiore di com'era appena entrato.

-- Gaitskell, ascolta... - la voce della dottoressa era calma e conciliante

-- E non mi chiamo Gaitskell, lo volete capire o no? - gridò, come se si trattasse di una questione della massima importanza - Io sono Harlock! Harlock Brown... e basta.

La dottoressa sospirò, chiudendo gli occhi, facendo nuovamente appello a tutta la pazienza che era dentro di lei, quindi riprese pacatamente, fissando in volto il giovane.

-- Harlock... non uscirai mai da questa situazione se continui a guardare indietro, recriminando per ciò che è successo. Non voglio discutere adesso se siano vere o false le accuse che ti hanno portato qui dentro e nemmeno tu dovresti continuare a farlo. Ciò che è importante e che può davvero cambiare le cose non è dietro di te, ma qui davanti, su questo tavolo. - così dicendo, indicò il modulo in parte compilato – E sta a te scegliere se afferrare quest'opportunità oppure farla in mille pezzi, accontentandoti di vivere per oltre un anno come un recluso, con la certezza di diventare... peggiore di com'eri quando sei entrato.

Harlock restò in silenzio, le labbra serrate, mentre ira e dolore si confondevano l'una nell'altro.

-- Il progetto è a numero chiuso: quando avremo raccolto le sottoscrizioni necessarie non sarà inserito nessun altro e ti assicuro che saranno in molti quelli che vorranno aprofittare di quest'opportunità. Tu hai una grande arma: quella penna che sta davanti a te. E' più potente e sicura di qualsiasi sistema di scasso e può spalancarti le porte di questa prigione appena tu lo voglia. Ma ti devi decidere, prima che altri ti passino avanti.

-- Se c'è tutta questa gente che vuole entrare nel progetto, perchè state qui a perdere tempo con me? - Harlock non riusciva a fidarsi: troppe volte le esperienze della vita gli avevano insegnato che l'inganno si nascondeva ovunque e che non esiste nessuno disposto ad aiutarti senza ricevere nulla in cambio.

-- Perché ho visto del buono in te e voglio che tu lo tiri fuori.

-- Non mi conoscete nemmeno! - protestò e un sorriso da mascalzone si disegnò sulle sue labbra.

-- Forse ti sarà difficile crederlo, ma ho molta più esperienza della vita di quanta ne abbia tu ed ho imparato a riconoscere le persone, anche alla prima occhiata. Dato che questo è il nostro secondo colloquio posso dire di conoscerti, non credi?

Il volto di Harlock si fece di nuovo cupo.

-- Non basta così poco per conoscere le persone.

La dottoressa Sullivan non parve prestargli attenzione e riprese:

-- Io sono pronta a scommettere su di te... ma forse sei tu che non vuoi fare altrettanto e trovi più comodo tenerti addosso la maschera del cattivo ragazzo.

-- E' qui che vi sbagliate: io non indosso nessuna maschera. E se quello che vedete vi sembra un bravo ragazzo travestito da canaglia, allora siete completamente fuori strada, perché io sono così. A meno che voi non facciate lo stesso discorso a tutti i ragazzi a cui proponete di entrare nel progetto, pensando di toccarli nel profondo...

-- Vedo che sei sempre molto scettico. - sorrise amaramente, prima di proseguire – Facciamo un patto, allora: se accetterai di entrare nel progetto, fra qualche mese, quando ci rivedremo, mi saprai dire se sei davvero ancora lo stesso Harlock che ha lasciato il riformatorio.

Il ragazzo aggrottò le sopracciglia, infastidito da tanta sicurezza. Non si era mai preoccupato di darsi un'etichetta, di qualificarsi come “buono” o “cattivo”: sapeva che ciò che era diventato adesso era il frutto delle traversie di tutta la sua vita e lui non faceva nulla per sembrare migliore o peggiore di ciò che era. Ciò che si vedeva era autentico, era la verità. Se la gente lo vedeva come una canaglia, allora forse, in parte, lo era diventato davvero. Ma comunque fosse, non si trattava di un suo problema, ma della gente per bene che si ostina a classificare il mondo in cui vive nelle due grandi categorie di “bene” e “male”.

-- Che cosa vi fa pensare che ci sarà davvero una famiglia disposta a prendermi in casa con sé? - chiese Harlock. Nella sua voce calda si poteva percepire una punta di amarezza – Immagino che a ogni famiglia affidataria sarà consegnata una scheda con i dati del ragazzo che va a vivere con loro: credete davvero che ci sarà qualcuno che vorrà prendermi in... affido una volta che avrà letto quello che avete scritto su di me?

La dottoressa Sullivan si rese conto della fatica con cui Harlock aveva pronunciato la parola affido e finalmente comprese che ciò che più di tutto lo preoccupava, forse addirittura lo spaventava, era proprio il pensiero di entrare a far parte di una famiglia, con tutti i vincoli e i legami che ciò comporta. Dover dipendere da qualcuno, dovergli rendere conto delle proprie azioni, trovarsi ogni giorno seduto attorno ad una tavola a mangiare con degli sconosciuti, dopo che si è vissuti completamente soli per anni, quasi fuggendo da una oscura minaccia...

Questo ragazzo preferisce la solitudine? Possibile che sia davvero così?La dottoressa era talmente concentrata a dipanare il filo dei propri pensieri che le occorsero diversi istanti prima di rispondere alla domanda di Harlock, ma questi restò in silenziosa attesa, continuando a fissarla con quegli occhi così sfavillanti. Con un sospiro, d'un tratto la donna si riscosse e fissando per alcuni secondi il tavolo, quasi per cercare di ritrovare la concentrazione perduta, si decise infine a parlare.

-- Alle famiglie non verrà data alcuna scheda, eccetto pochi dati con il nome e cognome del ragazzo o della ragazza che viene loro affidato. Sarà attraverso un colloquio con un assistente sociale che si occupa del progetto che i genitori affidatari conosceranno i giovani ospiti che per un po' di tempo soggiorneranno nelle loro case. Sta all'assistente sociale fare la presentazione nel migliore dei modi, evitando il freddo e sterile resoconto che inevitabilmente risulterebbe dalla lettura di una scheda informativa.

La dottoressa alzò il palmo della mano, come se volesse prevenire la possibile obbiezione del giovane e si affrettò ad aggiungere:

-- Se t'interessa saperlo, sarò io l'assistente sociale che si occuperà del tuo caso, se accetterai di entrare nel progetto: non so se la cosa possa preoccuparti più che farti piacere, ma almeno noi due un poco ci conosciamo e questo, a parer mio, è sempre un vantaggio.

Harlock abbassò la testa, pensieroso, fissando il modulo di fronte a sè. Provava un senso di repulsione alla sola idea di andare a vivere per lunghi mesi con una famiglia, qualunque fosse, però il pensiero di restare ancora rinchiuso per un altro anno nel riformatorio minorile lo opprimeva molto di più, come se si fosse trovato in una stanza piena di fumo e senza finestre. Avrebbe semplicemente desiderato poter tornare a fare la vita di prima, libero. Tornare nel suo monolocale, riprendere il lavoro, uscire di nuovo la sera con gli amici, vagare fino all'alba con la moto... A quel pensiero si riscosse, sollevando la testa e piantando di nuovo gli occhi in quelli della dottoressa.

-- Se io accetto, mi ridarete la mia moto?

La dottoressa Sullivan lo squadrò perplessa e Harlock capì che lei non ne sapeva niente, ma decise comunque di insistere.

-- Prima di essere sbattuto qui dentro avevo una moto, una Harley... me l'hanno sequestrata assieme a tutto quello che mi apparteneva, eccetto qualche indumento che ho potuto portare con me... Era mia, ho passato notti insonni a rimontarla pezzo su pezzo... e inoltre era il mio unico mezzo di trasporto. Se esco di qui la rivoglio. - Harlock parlava con profondo trasporto, senza neppure rendersene conto, mentre gli occhi gli brillavano più del consueto. La dottoressa capì che per lui doveva trattarsi di una questione di vitale importanza e anche se non ne conosceva i dettagli si prese l'impegno di occuparsi della faccenda.

-- Quando uscirai dal riformatorio ti do la mia parola che riavrai tutte le tue cose, compresa la moto. Non posso farti restituire il tuo appartamento, dato che ormai sarà già stato preso in affitto da qualcun altro, né il lavoro, ma per ciò che riguarda i tuoi oggetti personali è giusto che tu li abbia di nuovo.

La dottoressa tacque, aspettando che il ragazzo prendesse la sua decisione. Senza dire una parola, Harlock allungò una mano, afferrò il foglio e la penna e vergò la sua firma nell'angolo rimasto vuoto, con calligrafia decisa e ariosa. La donna ne fu molto soddisfatta ma non lo diede a vedere, anche se in cuor suo tirò un profondo sospiro di sollievo, poiché era sempre molto felice quando riusciva a strappare un ragazzo dal vicolo cieco in cui la vita lo aveva condotto. Poi prese il foglio e lo mise nella cartellina già straripante, sorridendo lievemente.

-- Hai preso la decisione migliore. - disse alzandosi in piedi.

-- Questo lo vedremo...

-- Credimi: te ne renderai conto tu stesso, tra qualche tempo. - si fermò accanto alla porta, una mano già posata sulla maniglia, pronta a farla scattare – Tornerò tra dieci giorni, appena il progetto sarà partito. Sarò io a portarti nella tua nuova casa.

Quelle parole destarono in Harlock una sensazione spiacevole, di fastidio e ripulsa che trasparve chiaramente dal suo volto, ma la dottoressa si era già voltata e stava uscendo.

-- Si ricordi della sua promessa! - la voce di Harlock, decisa e accorata al contempo, la raggiunse mentre già la guardia entrava per riportarlo in cella. La dottoressa si voltò, sul suo viso c'era un'espressione piena di calore.

-- Riavrai la tua moto... ti ho dato la mia parola. - sorrise per un brevissimo istante, prima di scomparire lungo il corridoio buio.

 

16:55 Scritto da: nausicadistelle in Racconti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: harlock, fanfic, racconto | OKNOtizie |  Facebook

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